Marcello De Filippis - LILI: Non pronunciare il suo nome (2026)

Nel baule della soffitta c’è una bambola che sembra cucita ieri. Ha i capelli rosa, morbidi come zucchero filato, un fiocco celeste e due occhi a bottone. E non ha la bocca.
Sua madre è morta sui gradini della soffitta, e Ilaria torna nella vecchia casa di sasso sul Ticino per svuotarla. Fra lenzuola ricamate settant’anni prima trova una bambola rosa che profuma di lavanda e la porta a Milano, alla figlia più piccola. Nina la stringe al petto come se l’avesse aspettata da sempre.
La vicina, però, è l’ultima delle vecchie della valle che conoscono le regole della notte dei morti. Guarda la bambola con terrore e dice una cosa sola: non datele un nome.
La notte di Samhain, durante un pigiama party in soffitta, le bambine glielo danno.
Da quel momento Nina sa cose che non può sapere. Usa parole di un dialetto che nessuno le ha insegnato. Di notte, dal baby monitor, esce la voce della nonna morta che chiama Ilaria per nome. E sera dopo sera la bambola compare nei luoghi esatti disegnati in un vecchio quaderno ritrovato nel baule.
Per salvare sua figlia, Ilaria dovrà scoprire che cosa è accaduto in quella casa nella notte dei morti del 1952, quando una bambina di nove anni è scomparsa senza lasciare traccia. Dovrà fidarsi di una donna anziana chiusa da anni in una stanza sul lago, che ricama con dita instancabili e sa troppe cose. E dovrà imparare l’unica regola che
conta: non rispondere mai a chi chiama dal buio, anche se ha la voce di chi ami.
Lili è un horror psicologico italiano di scrittura raffinata. Si muove fra il folklore di Samhain, la clinica della mente e un delitto rimasto sepolto per settant’anni. È un romanzo sull’amore che protegge cancellando, sulle voci che perdiamo e su quelle che non dovremmo mai ascoltare. Il finale costringe a rileggere tutto da capo.
Contiene scene di forte tensione e situazioni di pericolo che coinvolgono bambini.